"First man" è un gran film perché è un film millennial
Sedadavo spera con questo titolo di far indignare tutti quelli che nel 1969 c’erano e furono spettatori del primo uomo che mise piede sulla Luna: un grande spettacolo finalmente trasposto sul grande schermo dal film First man, uscito nei cinema di tutta Italia il 31 ottobre 2018.
Sedadavo spera anche che, sull’onda della sopraccitata indignazione, tutta quella generazione di genitori con i figli ormai all’università apra questo post per scoprire che la dichiarazione “First man è un gran film perché è un film millennial” non è stata formulata per il clickbait: c’è un motivo preciso che collega la grande efficacia del film alla prospettiva millennial adottata secondo la sottoscritta Inga.
Avvisiamo i gentili visitatori che le successive righe saranno un campo minato di spoiler, sempre che spoiler si possano sempre definire in questo caso: Neil Armstrong alla fine ci riuscì a raggiungere la Luna. Lasciamo il tempo per elaborare lo shock della rivelazione a tutti coloro che non hanno mai aperto un libro di storia o visto anche solo una di quelle famose immagini riprese dalla telecamera del LEM.
Ora possiamo andare avanti.
Al di là della storia che tutti conoscono, First man si basa sulla biografia First man: The Life of Neil A. Armstrong scritta da James R. Hansen, e non si limita a raccontare la storia di quel piccolo passo per l’uomo, ma prende le mosse dai suoi anni di servizio presso la U.S. Force nei primi anni Sessanta.
Due sono gli elementi che all’interno del film si discostano dal limpido resoconto della carriera dell’astronauta e danno un cuore e uno stomaco alla storia – qui ha forse più senso parlare di spoiler: il primo è il rapporto con la figlia Karen e l’elaborazione della sua perdita, a causa di un tumore che ancora bambina la portò via dall’abbraccio paterno. L’icona-Armstrong si concretizza nell’uomo-Armstrong attraverso un’analisi intimistica profonda e delicata: Ryan Gosling da attore protagonista ci dimostra di non essere ingessato solo nell’espressione da figo (nooooo non stiamo parlando di Drive e La la land), ma di saper rendere il dolore con microespressioni e microgesti perfettamente in linea con il carattere di Armstrong, comunemente definito freddo e controllato.
Il secondo elemento è più importante, perché si tratta della peculiarità che First man è riuscito a cogliere e a esaltare a differenza dei precedenti film sulle missioni spaziali: la precarietà del mezzo di trasporto.
Sì, perché l’impressione che si ha fin dalla prima scena, è che si doveva essere dei pazzi scatenati per spararsi in cielo fino a bucare l’atmosfera negli anni Sessanta: l’X-15 pilotato da Armstrong nella sequenza iniziale viene presentato come un ammasso di ferraglia pronta a scollarsi da un momento all’altro, tanto che la base della fusoliera diventa rovente. Il Gemini 8 risulta una cassapanca claustrofobica e buia e comunica solo con uno sterminato quadro di interruttori, che nessuna risposta sanno dare a chi li preme, se non illuminarsi di rosso ed emettere sirene poco rassicuranti. Infine, il tragico incidente dell’Apollo 1 dimostra quanto la tecnologia della prima potenza mondiale ai tempi potesse rivelarsi una trappola senza via d’uscita.
Ecco perché First man riesce senza alcun briciolo di retorica a dipingere la NASA come una fucina di eroi: non servono discorsoni alla Braveheart o spettacolarizzazioni per capire quale preparazione e forza d’animo avessero i primi esploratori dello spazio, e quale percentuale di rischio dovesse essere considerata per prendere il largo e raggiungere la Luna.
Ecco anche perché First man è un film millennial: il regista Damien Chazelle essendo classe 1985 rientra in piena regola nella generazione millennial o anche nota come Y, comprendente i primi nati negli anni Ottanta fino ai Duemila. Anche la sottoscritta Inga ne fa parte.
E per quanto si rimanga sempre a Hollywood, le scelte nella direzione artistica cambiano tra un Y e un X e tutto l'alfabeto che è venuto prima.
Una perla intitolata Apollo 13 per la regia di Ron Howard, pur parlando della missione più sfigata della storia, non si preoccupò di sottolineare in maniera incisiva la condizione tecnologica di una navicella del 1970 a un pubblico che nel 1995 si scarrozzava in giro i maxi motorola: Ron Howard gli anni Settanta li ha vissuti e se li ricorda bene, così bene da essere consapevole che si viveva serenamente anche con i telefoni fissi a rotella.
Damien Chazelle non solo non ha assistito alla diretta del gigantesco balzo per l'umanità, ma il 1969 non l’ha visto neanche di striscio. Agli occhi di una nuova generazione è assurda e impossibile una vita quotidiana a patti con una tecnologia senza il touch screen, figuriamoci andare sulla Luna: la mia Opel Corsa di dodici anni sembra molto più affidabile del famigerato Apollo 11.
Nulla togliere al contributo di Steven Spielberg nel ruolo di produttore esecutivo, ma Chazelle ha preso una propria cosiddetta mancanza (cfr. “Tu non c’eri e non puoi sapere”) e l’ha resa la forza emotiva di First man: la prospettiva millennial di “un computer in ogni casa e un cellulare in ogni tasca” accentua il divario con il passato e si riflette in una coerenza di tono nei dialoghi, nell’immagine e nel suono, per un prodotto di grande tensione e di alto valore avvincente.
Insomma, non siamo solo una generazione di divanari, e qualche volta facciamo pure di meglio dei nostri genitori.
Sedadavo spera anche che, sull’onda della sopraccitata indignazione, tutta quella generazione di genitori con i figli ormai all’università apra questo post per scoprire che la dichiarazione “First man è un gran film perché è un film millennial” non è stata formulata per il clickbait: c’è un motivo preciso che collega la grande efficacia del film alla prospettiva millennial adottata secondo la sottoscritta Inga.
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| Un frame dal film First man |
Avvisiamo i gentili visitatori che le successive righe saranno un campo minato di spoiler, sempre che spoiler si possano sempre definire in questo caso: Neil Armstrong alla fine ci riuscì a raggiungere la Luna. Lasciamo il tempo per elaborare lo shock della rivelazione a tutti coloro che non hanno mai aperto un libro di storia o visto anche solo una di quelle famose immagini riprese dalla telecamera del LEM.
Ora possiamo andare avanti.
Al di là della storia che tutti conoscono, First man si basa sulla biografia First man: The Life of Neil A. Armstrong scritta da James R. Hansen, e non si limita a raccontare la storia di quel piccolo passo per l’uomo, ma prende le mosse dai suoi anni di servizio presso la U.S. Force nei primi anni Sessanta.
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| Ryan Gosling e Neil A. Armstrong a confronto: entrambi effettivamente comunicano brio ed euforia al primo sguardo |
Il secondo elemento è più importante, perché si tratta della peculiarità che First man è riuscito a cogliere e a esaltare a differenza dei precedenti film sulle missioni spaziali: la precarietà del mezzo di trasporto.
Sì, perché l’impressione che si ha fin dalla prima scena, è che si doveva essere dei pazzi scatenati per spararsi in cielo fino a bucare l’atmosfera negli anni Sessanta: l’X-15 pilotato da Armstrong nella sequenza iniziale viene presentato come un ammasso di ferraglia pronta a scollarsi da un momento all’altro, tanto che la base della fusoliera diventa rovente. Il Gemini 8 risulta una cassapanca claustrofobica e buia e comunica solo con uno sterminato quadro di interruttori, che nessuna risposta sanno dare a chi li preme, se non illuminarsi di rosso ed emettere sirene poco rassicuranti. Infine, il tragico incidente dell’Apollo 1 dimostra quanto la tecnologia della prima potenza mondiale ai tempi potesse rivelarsi una trappola senza via d’uscita.
Ecco perché First man riesce senza alcun briciolo di retorica a dipingere la NASA come una fucina di eroi: non servono discorsoni alla Braveheart o spettacolarizzazioni per capire quale preparazione e forza d’animo avessero i primi esploratori dello spazio, e quale percentuale di rischio dovesse essere considerata per prendere il largo e raggiungere la Luna.
Ecco anche perché First man è un film millennial: il regista Damien Chazelle essendo classe 1985 rientra in piena regola nella generazione millennial o anche nota come Y, comprendente i primi nati negli anni Ottanta fino ai Duemila. Anche la sottoscritta Inga ne fa parte.
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| Da sinistra: Ryan Gosling, Claire Foy e Damien Chazelle alla 75esima Mostra del cinema di Venezia |
Una perla intitolata Apollo 13 per la regia di Ron Howard, pur parlando della missione più sfigata della storia, non si preoccupò di sottolineare in maniera incisiva la condizione tecnologica di una navicella del 1970 a un pubblico che nel 1995 si scarrozzava in giro i maxi motorola: Ron Howard gli anni Settanta li ha vissuti e se li ricorda bene, così bene da essere consapevole che si viveva serenamente anche con i telefoni fissi a rotella.
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| Un parzialissimo sguardo agli interni del Gemini 8: tirato a lucido e arrotondato quanto un iPhone X |
Nulla togliere al contributo di Steven Spielberg nel ruolo di produttore esecutivo, ma Chazelle ha preso una propria cosiddetta mancanza (cfr. “Tu non c’eri e non puoi sapere”) e l’ha resa la forza emotiva di First man: la prospettiva millennial di “un computer in ogni casa e un cellulare in ogni tasca” accentua il divario con il passato e si riflette in una coerenza di tono nei dialoghi, nell’immagine e nel suono, per un prodotto di grande tensione e di alto valore avvincente.
Insomma, non siamo solo una generazione di divanari, e qualche volta facciamo pure di meglio dei nostri genitori.
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Fonti: IMDb
Credits: First man 1





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